Sceneggiare senza dominare: l’arte della facilitazione nel gioco di ruolo aziendale
Pubblicato il 8/1/2026
Un buon facilitatore non è colui che controlla ogni aspetto del gioco, ma colui che crea le condizioni affinché il gioco funzioni da sé. Nel contesto aziendale, la facilitazione di un gioco di ruolo è un delicato equilibrio tra struttura e libertà, tra regia e improvvisazione, tra visione e ascolto. Sceneggiare senza dominare significa costruire il palcoscenico e poi lasciare che gli attori lo abitino.
Cosa rende difficile la facilitazione di giochi di ruolo aziendali
Il facilitatore di un gioco di ruolo aziendale affronta sfide diverse da quelle di un maestro di gioco ricreativo. C’è un’aspettativa di “risultati” (apprendimento, consapevolezza, coesione di gruppo). C’è la pressione di contenere il gioco nel tempo disponibile. C’è il rischio che le tensioni nel gruppo emergano e diventino ingestibili. E c’è la tentazione di “guidare” il gioco verso il risultato desiderato anziché permettere ai partecipanti di scoprirlo.
La facilitazione povera trasforma un’esperienza di gioco in una lezione mascherata. La facilitazione pessima trasforma il gioco in un mezzo per l’esercizio di potere del facilitatore.
La facilitazione eccellente sparisce: i giocatori non la notano, vedono solo la loro storia.
I principi della buona facilitazione
1. Struttura senza controllo
Il facilitatore prepara uno scenario chiaro, personaggi interessanti, meccaniche di gioco semplici. Ma poi è addio: non sa (veramente) cosa i giocatori faranno. Questa apertura è spaventosa e necessaria. I giocatori percepiscono subito se il facilitatore sta “tirando le redini” verso una conclusione predeterminata.
2. Ascolto attivo
Mentre giocano, il facilitatore non si distrae. Ascolta cosa vogliono i giocatori, dove emergono tensioni reali (non solo ludiche), quali temi li toccano profondamente. E poi amplifica questi segnali, li tesse nella narrazione.
3. Conseguenze coerenti
Il mondo del gioco ha regole che contano. Se il giocatore prende una decisione cattiva, accade qualcosa. Se va bene, il gioco premia. Questa coerenza logica mantiene il gioco credibile. Un facilitatore incoerente che crea eccezioni per favorire un risultato è nefasto.
4. Gestione del ritmo
Il facilitatore è il guardiano del tempo e dell’energia. Sa quando accelerare, quando rallentare, quando lasciare spazio al silenzio riflessivo. Soprattutto negli ultimi 20 minuti, sa come tessere le fila della narrazione verso una chiusura che sia organica, non affrettata.
5. Contenimento del conflitto
Se il gioco tocca temi veri (bias, potere, cambiamento), il conflitto può diventare emotivo, non solo narrativo. Un buon facilitatore non evita questo conflitto (sarebbe fargli perdere potenza), ma ne contiene l’intensità. Sa quando chiedere una pausa. Sa come reincorniciare il disagio come segnale prezioso, non fallimento.
Competenze pratiche del facilitatore
Improvvisazione consapevole
I giocatori faranno sempre qualcosa di inatteso. Il facilitatore non aveva uno script per “cosa succede se la gente si rifiuta di collaborare”. Ma ne ha istinto: ascolta la resistenza, capisce cosa la genera, cambia il gioco in risposta.
L’improvvisazione non è caos; è risposta veloce a elementi imprevisti all’interno della cornice concordata.
Regia non verbale
Spesso il facilitatore guida con lo sguardo, il silenzio, una pausa. Non sempre ha bisogno di parlare. Anzi, è il silenzio che lascia spazio ai giocatori di prendere decisioni. Un facilitatore che parla continuamente non sta facilitando; sta monologando.
Lettura della sala
Conosce il linguaggio corporeo. Sa quando i partecipanti sono interessati vs. imbarazzati vs. annoiati. Quando una persona non parla può non voler dire silenzio riluttante, potrebbe significare immerso profondamente nel gioco.
Errori comuni di facilitazione
- Riscrivere il gioco in diretta per evitare che accada qualcosa di “sbagliato”. Questo insegna ai giocatori che le loro scelte non contano.
- Monopolizzare la narrazione: descrivere ogni minimo dettaglio, lasciando poco spazio all’immaginazione dei giocatori.
- Favoritismo: permettere a certi giocatori di “vincere” più di altri, o offrire conseguenze diverse a scelte simili.
- Allarmismo emozionale: interpretare ogni segno di disagio come fallimento, cercando di “salvare” il gioco con interventi che lo paralizzano.
- Confusione tra facilitatore e terapeuta: il gioco non è terapia, e il facilitatore non è uno psicologo. Sa quando il disagio del giocatore è ludico vs. personale, e sa quando fermarsi.
La ricerca della maestria nella facilitazione
Diventare un eccellente facilitatore richiede pratica, riflessione e umiltà. Ogni gioco insegna qualcosa. Il facilitatore emerge quando è disposto a sbagliare in pubblico, a imparare dagli errori, a chiedere feedback ai giocatori dopo il gioco.
Per affinare queste competenze in contesto aziendale, ci sono percorsi di facilitazione specifici e supervisione di esperti. Un esempio di questo approccio strutturato è disponibile qui, dove la facilitazione di Bias Breaker è parte di un percorso di formazione che include preparazione, debriefing e follow-up con le organizzazioni.
Sceneggiare senza dominare è un’arte. Non si insegna solo in aula, ma si pratica, si sbaglia, si corregge. Un facilitatore che capisce che il suo ruolo è creare lo spazio per la storia altrui, non raccontare la propria, trasforma un gioco aziendale da esercizio a esperienza vera. E quel tipo di trasformazione è ciò che rende il gioco di ruolo un strumento formativo così potente.
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